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Indice articoli: la sicurezza (3/10/2008) l'attrezzatura (17/10/2008) immergersi con l'acqua fredda (13/04/2009) la compensazione dell'orecchio in immersione (23/07/2009) la tecnica di coppia (29/07/2009) il riflesso di immersione (14/09/2009) la pinneggiata (12/03/2010)
l'incidente
(6/11/2010) |
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LA SICUREZZA (3/10/2008) La prima cosa da ricordare per divertirsi andando sott'acqua è quella di farlo in sicurezza. Questo significa rispettare alcune regole che l'esperienza ci farà affinare fino a farle diventare parte del nostro modo di vivere l'apnea. - innanzi tutto essere consapevoli delle proprie condizioni psico-fisiche precedenti un tuffo, che vuol dire non scendere in acqua se non si è al 100%, perchè farlo vuol dire rischiare oltre che per se stessi anche per gli altri che contano su di noi; - usare sempre la tecnica di coppia. Questo modo di immergersi assieme a un compagno fidato che ci segue nelle nostre immersioni e che noi seguiamo nelle sue serve a due scopi: il primo è di essere soccorsi n caso di un eventuale incidente e il secondo, non meno importante del primo per chi pratica questa disciplina, è quello di darci tranquillità; - non scendere in acqua dopo aver iperventilato. Riprenderò successivamente in modo più approfondito questo concetto, per ora vi basti sapere che l'iperventilazione è una serie frequente e forzata di atti respiratori da non fare prima dell'apnea. - evitare una zavorra eccessiva, meglio faticare nei primi metri in cui si è "freschi" che faticare in risalita quando si è "scarichi"; - superare in modo graduale i propri limiti sia di profondità che di durata in modo di avere il tempo di conoscere le reazioni del nostro corpo che sono il miglior "campanello d'allarme" per prevenire gli incidenti anossici; - avere sempre appresso la boa segnasub che è l'unico modo di prevenire i così detti incidenti da elica (quelli con barche a motore). |
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L'ATTREZZATURA (17/10/2008) Per "fare apnea" basterebbero una maschera e un paio di pinne, ma proverò a dare qualche suggerimento, frutto della mia esperienza, su ciò che un neofita dovrebbe sapere per procedere all’acquisto di quegli “attrezzi” che ci permettono di scendere nell’acqua in modo più agevole. La boa di segnalazione (segnasub): inizio da questa in quanto è obbligatoria per legge ma soprattutto è l’unico modo di segnalare alle imbarcazioni di passaggio la nostra presenza in acqua. Ve ne sono di diversi tipi, a pallone (le più visibili) a siluro (le più comode da trascinare in caso di vento o corrente) le plancette (servono per portarsi appresso fucili e altra attrezzatura. Vanno scelte in base all’utilizzo e alle acque che dobbiamo frequentare ma mai dimenticate. La maschera: serve a migliorare la visione in acqua mediante l’interposizione di aria tra gli occhi e l’elemento liquido. È costituita normalmente in silicone e per gli apneista è consigliabile che abbia un volume interno ridotto in quanto nello scendere necessita di compensazione, con aria espirata dal naso, dell’aumento della pressione esterna. La scelta deve essere principalmente dettata dalla perfetta aderenza al viso, diverso in ogni uno di noi, in quanto deve garantire una perfetta tenuta all’allagamento senza la necessità di stringere troppo il cinghialo. L’aereatore (snorkel): serve a permetterci di respirare con la testa immersa nell’acqua. E’ costruito in gomma con boccaglio in silicone e va scelto tra quelli più semplici in commercio. Le pinne: sono il nostro “mezzo di propulsione” e hanno la scarpetta in gomma con pala fissa o intercambiabile. Vanno scelte in base alla nostra preparazione fisica, alla conformazione antropometrica e al loro utilizzo. Devono comunque avere una scarpetta confortevole e una pala di “durezza” proporzionale alle gambe di chi le usa. La muta: serve a proteggerci dal freddo. È costruita in neoperene di diverse densità e con o senza foderatura interna o esterna. Tra quelle in commercio, come succede per la maschera, va scelta quella che meglio si adatta alla nostra conformazione fisica e anche in funzione del suo utilizzo. Ai neofiti consiglio una muta bifoderata, (più facile da indossare e più resistente alle asperità del fondale) dello spessore di 5 mm, (va bene da primavera inoltrata fino al tardo autunno vista la temperatura dei nostri mari) e costruita in due pezzi con pantalone alto e giacca con cappuccio incorporato senza cerniere. La cintura di zavorra: serve a compensare la spinta di galleggiamento della muta e per l’apneista è importante che sia elastica (non deve muoversi durante le capovolte) e con fibbia a sgancio rapido (per potersene liberare rapidamente in caso di necessità). |
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IMMERGERSI CON L'ACQUA FREDDA (13/04/2009) Abbiamo detto che la muta serve per proteggersi dal freddo in acqua ma per sopportare le basse temperature nel periodo che va da fine novembre ad aprile inoltrato ci sono alcuni accorgimenti che cercherò di illustrarvi: - avere addosso una muta di spessore adeguato alla temperatura dell'acqua nella quale ci si immerge (nel periodo più freddo l'acqua, soprattutto al lago, arriva anche a temperature sotto i +10° e in questa situazione è opportuno indossare almeno 7 mm di neoprene, magari del tipo macrocellulare che contiene all'interno più aria, e garantisce una sufficiente coibenza termica); - proteggere in modo "supplementare" alcune parti del corpo quali testa, addome e inguine, mani e piedi (per la testa che è sprovvista di adipe e molto irrorata da vasi sanguigni è consigliato infilare sotto il cappuccio della muta una cuffia di gomma abbastanza spessa, vanno bene quelle da piscina; per l'addome e inguine si suggerisce di indossare sopra la muta un paio di bermuda di neoprene che avranno: oltre all'effetto di aumentare lo spessore complessivo di materiale isolante, senza ostacolare i muscoli respiratori, anche quello di impedire l'eventuale ingresso di acqua; per mani e piedi si consiglia di aumentare lo spessore di guanti e calzari ricordando che gli stessi non devono in nessun caso essere stretti in quanto limiterebbero la circolazione al punto di essere assolutamente inefficaci a combattere il freddo; - indossare e togliere la muta in luoghi confortevoli e al riparo dal vento (entrare in acqua con il corpo freddo limita di molto il tempo di permanenza e il successivo svestirsi all'aria e al freddo predispone a malattie da raffreddamento. - diminuire la profondità di immersione (l'aumento dello spessore di neoprene che serve per contrastare la bassa temperatura dell'acqua porta a dover aumentare anche di diversi chilogrammi la zavorra che poi, nel caso di risalita da profondità importanti può causare pericolo. |
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LA COMPENSAZIONE DELL'ORECCHIO IN IMMERSIONE (23/07/2009) Perché si deve compensare l’orecchio medio? Già a qualche metro di profondità a tutti sarà capitato di avvertire un fastidio alle orecchie. Questo inconveniente è dovuto alla pressione dell’acqua che “spinge” la membrana timpanica che esternamente è a diretto contatto con l’acqua (+) mentre nella sua parte interna è contatto con aria che per effetto dell’aumento della pressione dovuta alla profondità tende a ridursi di volume (-) introflettendo il timpano stesso. La cavità ossea in cui risiede l’orecchio medio è a diretto contatto con la bocca attraverso dei canali dette tube o trombe di Eustacchio che sono normalmente chiuse. Pertanto per mantenere in equilibrio il timpano in immersione si usano diversi metodi, detti appunto di compensazione o riequilibrio pressorio dell’orecchio medio che elencherò brevemente: Manovra di Valsalva: essa consiste nel simulare una espirazione dal naso tenendolo tappato, così facendo viene immessa aria che arriva dai polmoni nella bocca che essendo è chiusa e da li attraverso le tube di Eustacchio fino all’orecchio medio e così a compensare appunto la spinta dell’acqua sul timpano. E’ la manovra più semplice da eseguire e che tutti sicuramente abbiamo prima o poi sperimentato andando in montagna quando ci sentiamo le “orecchie chiuse. Per l’apnea non è molto consigliata in quanto implica un alto dispendio muscolare e necessita di grandi volumi d’aria. Manovra di Frenzel o Marcante-Odaglia: questa manovra è più complessa della precedente e si effettua, con naso e bocca chiusi, usando l’aria contenuta nella bocca, che isolata attraverso la chiusura della glottide, viene spinta verso le tube usando la lingua come un pistone. Necessità di un minor dispendio muscolare e una volta imparata è quella più comunemente usata nella pratica dell’apnea. Compensazione senza mani: alcuni apneista (molto pochi secondo la mia esperienza) riescono o con movimenti di protusione della mandibola o con la deglutizione (detta anche manovra di Toynbee) a scendere senza la necessità di pinzare il naso. Questo metodo che sembrerebbe il migliore non permette di immergersi molto profondi in quanto l’aria che circola liberamente tra l’orecchio medio e la bocca ad un certo punto diventa insufficiente. Quando si deve eseguire la compensazione? Non c’è una regola fissa in quanto siamo tutti diversi ma tutti lo dobbiamo fare preventivamente all’insorgenza del dolore in quanto a quel punto il timpano sarebbe gia introflesso e la pressione da vincere per riequilibrarlo diventerebbe troppo grande. Ginnastica tubarica: consiste in una serie di esercizi già applicati in alcune patologie ottorino-laringiatriche e nel campo della logopedia che Apnea Academy ha introdotto per prima nella didattica dell’apnea e che servono ad “allenare” i muscoli facciali che sono collegati alle tube di Eustacchio permettendone una più facile apertura. Per esperienza personale vi garantisco che la ginnastica tubarica è molto utile, soprattutto per quelli che faticano a “compensare” come me e che se gli esercizi saranno eseguiti costantemente, alcune settimane prima delle immersioni, risolveranno molti problemi. Vorrei infine fare una raccomandazione, soprattutto ai neofiti, queste ed altre tecniche più complesse di compensazione dell’orecchio vanno imparate ed eseguite sotto l’attento controllo di un istruttore per non incorrere nel rischio di incidenti barotraumatici all’orecchio.
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LA TECNICA DI COPPIA (29/07/2009) Nel parlare della sicurezza ho già accennato alla “tecnica di coppia” che ora vorrei però approfondire nelle sue diverse modalità di attuazione. Prima però ritengo opportuno premettere che i due apneisti che formano la coppia devono avere la medesima preparazione teorico pratica sulle problematiche inerenti le immersioni in apnea e le tecniche di recupero infortunato e rianimazione, altrimenti non saprebbero come soccorrere il compagno in difficoltà. Oltre a ciò è necessario essere entrambi responsabili di se stessi (senza strafare o immergersi in condizioni fisiche non adeguate) e del compagno (mai perderlo di vista, usare la regola dell’uno su uno giù). - apnea statica: in questa disciplina, che prevede che l’apneista resti con la testa immersa per il più lungo tempo possibile, il ruolo dell’assistente si riassume nello stare a diretto contatto con il compagno, scandendogli il tempo che passa secondo una gestualità prestabilita e verificando le risposte del compagno che dimostrano l’andamento positivo della performance. Nel caso non vi sia risposta, l’assistente dovrà immediatamente recuperare il compagno. - apnea dinamica: in questa disciplina, che prevede che l’apneista esegua la maggior distanza possibile, l’assistente deve seguire in superficie il compagno (nuotando con pinne, maschera e aeratore) in maniera da poterlo recuperare immediatamente nel caso lo veda in difficoltà. - assetto costante: in questa disciplina, che prevede che l’apneista si immerga in profondità, l’assistente deve innanzi tutto essere pronto quando lo è il suo compagno, seguirlo dalla superficie durante l’immersione e andargli incontro durante gli ultimi metri della risalita che sono quelli in cui si possono verificare incidenti. Ricordatevi che il compagno va assistito anche nei primi momenti successivi a qualunque tipo di immersione sopra descritta perché è soprattutto in quei momenti che possono insorgere sintomi pre-sincopali. Fare apnea con un compagno oltre a prevenire possibili incidenti vi darà maggior tranquillità permettendovi di vivere pienamente le meravigliose sensazioni che questa disciplina trasmette. |
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IL RIFLESSO DI IMMERSIONE (14/09/2009) Nell’immersione in apnea ci sono alcuni adattamenti fisiologici che ci consento di stare senza respirare sott’acqua per un tempo più lungo di quello che potremo stare in superficie. Questi adattamenti si definiscono col nome di riflesso di immersione (o diving reflex o diving response) e sono un insieme di reazioni a carico del sistema cardiovascolare e respiratorio che hanno luogo in tutti i mammiferi, soprattutto marini (balene, foche), inclusi gli esseri umani, al momento dell'immersione del volto nell'acqua e che sono finalizzate alla riduzione del consumo di ossigeno dell'organismo. Le reazioni sono: 1) Riduzione del battito cardiaco (bradicardia). La bradicardia è la prima risposta alla immersione. Immediatamente dopo il contatto del viso con acqua fredda, il battito cardiaco rallenta del dieci e fino al venticinque per cento. 2) Vasocostrizione periferica selettiva per quegli organi resistenti a una condizione ipossica e concentrazione del sangue in alcuni organi, principalmente cuore e cervello. Dovuta alla pressione indotta da immersione profonda in cui i capillari delle estremità iniziano a chiudersi, fermando la circolazione del sangue a tali aree. Ha inizio dalle dita dei piedi poi mani e piedi e per ultime le braccia e le gambe che interrompendo la circolazione del sangue in questi organi consentono un suo maggio utilizzo da parte del cuore e del cervello. 3) Aumento medio della pressione arteriosa. E’ una diretta conseguenza del fenomeno del Blood-Shift in seguito allo spostamento del sangue dai distretti periferici verso il torace che viene riassorbito quando l’apneista risale. La rapidità e intensità del riflesso è inversamente proporzionale alla temperatura dell'acqua. |
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LA PINNEGGIATA (12/03/2010) Nei manuali impariamo che la pinneggiata corretta deve partire dall'anca e non dal ginocchio, non deve essere troppo ampia e lenta e nemmeno troppo veloce e stretta. Mi sembra che quello che una volta poteva essere una sorta di dogma per uno ristretto gruppo di atleti oggi rischia di non essere più al passo con l'evoluzione dell'attrezzatura, delle tecniche di allenamento ma soprattutto delle caratteristiche antropometriche del gran numero di apneisti che oggi si vedono in giro. Dall'esperienza di tante ore di piscina passate ad osservare e filmare i modi più disparati di pinneggiamento di allievi alle prime armi vorrei avanzare qualche suggerimento: - per imparare a pinneggiare si dovrebbe cominciare usando le pinne corte (da snorkeling) che consentano di curare l'esecuzione dell'esercizio e solo dopo averlo imparato passare a pinne lunghe e flessibili che siano un giusto compromesso tra sforzo praticato e risultato ottenuto; - il movimento corretto interessa l'anca e tutti i muscoli degli arti inferiori in una sorta di calcio in avanti e indietro in cui il ginocchio si flette il meno possibile e in cui il piede deve essere tenuto parallelo alla direzione di avanzamento. L'ampiezza e la frequenza sono influenzate dalla potenza muscolare (allenamento) dell'apneista e dal tipo di pala della pinna (dimensioni, materiale di costruzione ecc..); - un altro fattore determinante per un efficace pinneggiata è la corretta posizione idrodinamica del corpo che deve essere allineato rispetto alla direzione di avanzamento, con la testa in asse al tronco e le braccia distese in avanti (solo se la mobilità articolare lo consente altrimenti sarà più conveniente avere le braccia rilassate lungo il corpo); - gli errori che si compiono durante la pinneggiata sono molteplici e per rendersene conto è necessario essere assistiti da una persona con esperienza che li individui e li sappia correggere. Gli errori che più frequentemente di vedono sono: - per l'assetto del corpo (con conseguente resistenza all'avanzamento): - iperestensione del capo (di solito per guardare avanti); - errata posizione delle braccia (dovuta ad una scarsa mobilità dei muscoli della schiena) - per il movimento delle gambe (con conseguente inefficacia del gesto atletico): - flessione della coscia in avanti; - flessione della gamba sulla coscia; - piede a martello; - pinneggiata troppo ampia; - pinneggiata troppo stretta; - pinneggiata troppo lenta - pinneggiata troppo veloce. Per concludere mi sento di poter affermare che per imparare a pinneggiare correttamente è tanto importante conoscere la tecnica quanto aver consapevolezza dei propri errori per poterli correggere. |
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L'INCIDENTE (6/11/2010)
Questa estate mi è capitato di
leggere questo articolo su un quotidiano locale e vorrei fosse spunto di
una riflessione:
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